lunedì 26 agosto 2013

Il Mattino di Parma - Laura Bonelli intervista Luca Ponzi

Ciò che colpisce sentendo parlare Luca Ponzi sono la chiarezza e l’ intensità che sa trasmettere agli argomenti che tratta. Fidentino, giornalista di Rai3, ha seguito casi clamorosi come il crac della Parmalat o la tragedia del terremoto nel 2012.
Il suo primo libro ‘Mostri normali’ (Ugo Mursia Editore) è un’ analisi di alcuni delitti irrisolti in Emilia. 
Il suo ultimo lavoro, scritto in collaborazione con la giornalista Mara Monti, è ‘Cibo criminale’ (Newton Compton Editore), un’ inchiesta incentrata sul potere della mafia e della criminalità nel settore alimentare.

Come è nata l’idea di Cibo criminale?

Come spesso accade, nel nostro lavoro: io e la collega Mara Monti, giornalista de Il Sole 24 ore, siamo inciampati in una storia. La vicenda è quella che apre il libro: un macellaio tunisino ammazzato a colpi di pistola dai titolari della cooperativa per cui lavorava, per coprire lo sbollo dei prosciutti, cioè il cambio del marchio di provenienza. In un’azienda di trasformazione carni della provincia di Modena le cosce danesi diventavano olandesi, quelle tedesche diventavano addirittura pregiati prosciutti di Parma. Ad un certo punto comparivano personaggi legati alla mafia, i servizi segreti e milioni di euro. Da li abbiamo pensato di vedere se ci fossero in giro per l’Italia situazioni simili. Ne è uscito Cibo criminale.

Con questa indagine che aspetti psicologici e sociali dell’ Emilia-Romagna sono emersi?

La nostra regione e’ il cuore dell’agro-alimentare italiano, dovrebbe avere a cuore questo suo fondamentale ruolo. Invece, purtroppo, esistono persone che non esitano ad inquinare i cibi e, quindi, anche a comprometterne il buon nome nel mondo, per aumentare i profitti, per avidità. L’altro dato che emerge e che vale per tutto il paese è quello dell’eccessiva tolleranza. Non si può combattere la contraffazione solo attraverso le forze dell’ordine, devono essere anche i produttori onesti a far sentire la loro voce, insieme a tutti gli attori della filiera. Mi spiego meglio: chi rifornisce di macchinari e attrezzature le aziende disoneste diventa in qualche modo complice e contribuisce a danneggiare tutto il settore. Serve, insomma, maggiore consapevolezza dei danni che questi comportamenti provocano all’economia italiana.

Tu sei un giornalista Rai dell’ Emilia Romagna e ti sei occupato di molte vicende importanti. Tra i casi che hai trattato, quale ti ha colpito di più?

Negli ultimi anni ho affrontato molte vicende che resteranno nella storia. Pensiamo al crac Parmalat o al terremoto dell’Emilia. Probabilmente però quella che mi ha segnato più profondamente a livello emotivo, e lo stesso vale per molti dei colleghi con cui mi sono confrontato, è stato il sequestro e l’omicidio del piccolo Tommaso Onofri, il bimbo di diciassette mesi rapito nel 2006 a Casalbaroncolo.
Tommy è stato ammazzato subito.
Per trenta giorni io e gli altri giornalisti abbiamo lavorato ininterrottamente, consapevoli che il bimbo era probabilmente già morto. Questo ci diceva il ragionamento, l’esperienza. Il cuore però spingeva in direzione opposto, si sperava, si cercava di essere il più possibile utili, di non ostacolare in nessun modo le indagini. Quando è stato trovato il corpo, quando ho dovuto raccontare agli ascoltatori la fine della storia, qualche cosa è cambiato per sempre. Abituarsi alla morte è difficile, anche per chi maneggia la morte per mestiere. Ma la morte di un bambino è sempre impossibile da accettare.

26 agosto 2013

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